Dal trasporto valori al rinnovo CCNL: sfide della vigilanza privata secondo Cosmopol

 

Dal trasporto valori al rinnovo CCNL: sfide della vigilanza privata secondo Cosmopol.

Il trasporto valori subisce attacchi sempre più feroci. Servono più guardie giurate sui furgoni? Una formazione specifica? Nuove tecnologie? Una riforma di legge? Per Cosmopol la partita si gioca sulla sinergia – intensa e continuativa – tra operatori del settore, Forze dell’Ordine, intelligence sul territorio e grandi committenze. E a monte occorre sfatare stereotipi e svalutazione professionale che affliggono gli operatori della vigilanza privata. Il rinnovo del CCNL è un’occasione di riflessione.

Intervista a Francesco Perrotti, Presidente CdA di Cosmopol – Socio UNIV

Partiamo dal trasporto valori. I media tendono spesso a enfatizzare il ruolo delle Forze dell’Ordine, assai meno quello delle guardie giurate. Allo stesso tempo, nel dibattito pubblico si sente parlare di presunte carenze di sicurezza. Ma quali sono gli standard operativi del trasporto valori? Il quadro normativo è adeguato?

L’attività di trasporto valori si inserisce nella cosiddetta filiera della logistica del contante, viene svolta dagli operatori del Cash in Transit (CIT), che garantiscono la circolazione del contante in Italia. Si tratta di un servizio strategico per l’economia nazionale, considerata la resilienza del contante nel nostro paese. Gli standard operativi sono quelli stabiliti dal DM 269/10 e dal DM 56/2015, principalmente basati su sistemi di difesa attiva (neutralizzazione delle banconote, schiume degradanti che rendono inutilizzabile il denaro in caso di apertura forzata o attacco), sul monitoraggio satellitare, nonché sulla blindatura e la certificazione dei veicoli adibiti al trasporto. La crescente minaccia criminale, soprattutto alla luce delle nuove modalità di assalto, ci porta a fare investimenti sempre maggiori (spesso al limite della sostenibilità economica) su mezzi, uomini, formazione e tecnologie per mitigare il rischio.
Il quadro normativo non aiuta: nonostante le innovazioni del DM 269/10, il settore è ancorato al T.U.L.P.S. del 1931, un Regio Decreto nato in un contesto storico e sociale radicalmente diverso e anacronistico rispetto al mercato (e ai rischi) che viviamo nel 2026.

Qualcuno ritiene che la soluzione sia aumentare il numero di operatori a bordo dei blindati, altri che servano nuove tecnologie. Quanto possono incidere più uomini o più tecnologia nella prevenzione degli attacchi?

Non ritengo che il problema possa risolversi con un approccio meramente quantitativo (più uomini sui furgoni), quando si possono affiancare alle tecnologie oggi in uso dei dispositivi ad AI che superano il modello “reazione all’evento” per passare ad un modello preventivo.
Ma sia l’approccio quantitativo che quello tecnologico non potranno dirsi risolutivi senza un’interazione profonda tra operatori del trasporto e della gestione del contante, comparto bancario (e committenza in generale) e Autorità, con particolare riferimento alle Forze dell’Ordine.
Se poi queste ultime, oltre all’encomiabile azione di coordinamento che già oggi mettono in campo, potessero affiancare gli operatori del CIT, allora potremmo contare su un’ulteriore risposta concreta nell’immediato. Dal recente confronto di Bari è emersa proprio la volontà di rinforzare l’impegno sinergico tra le parti, anche attraverso l’istituzione di tavoli permanenti di confronto, e la necessità di adottare misure di sicurezza convergenti e integrate. Credo sia la strada corretta.

Più sinergie richiedono anche più formazione. Avrebbe senso prevedere percorsi di addestramento più specifici – magari certificati – per l’utilizzo dell’arma in contesti operativi ad alta criticità?

Rammento che la Legge n. 101 già nel 2008, nell’apportare modifiche al TULPS, demandava ad un decreto del Ministro dell’Interno l’individuazione dei requisiti minimi professionali e di formazione delle guardie giurate. Decreto che ad oggi non ha visto la luce.
L’attuale scenario rende però sempre più urgente il passaggio da una formazione generica ad un addestramento specialistico certificato. Penso alla formazione del personale sulla gestione dello stress psicofisico in contesti ad alto rischio, non solo mediante esercitazioni standard al poligono di tiro ma con sessioni di tiro discriminato, tiro dinamico e contrasto a soggetti attivi armati, con simulazione tecnologica di scenari critici (con un realismo non replicabile nei poligoni tradizionali). Tutto questo innalzerebbe senza dubbio il livello di preparazione tecnica.
Ci sarebbe poi da esplorare il tema della tutela legale delle Guardie Giurate e dei Titolari di Licenza, ma richiederebbe un approfondimento ad hoc…

Da tempo si fatica a reperire e trattenere il personale. Ma se la necessità economica è la principale motivazione di ingresso nel settore, una volta dentro al comparto, gli operatori mostrano senso civico e desiderio di mettersi al servizio della collettività. Si potrebbe ripartire da questi elementi per rafforzare l’attrattività del settore?

In tutte le professioni, la retribuzione è indubbiamente il principale elemento attrattivo; nelle professioni di pubblica utilità, tuttavia, i valori e l’identità sono determinanti per la prosecuzione della carriera. Percepire la Guardia Giurata come Professionista della Sicurezza, e non come operatore passivo di attività di controllo, porre in rilievo le sue competenze tecniche, il ruolo sociale, la funzione di presidio fondamentale per la legalità e la serenità della collettività: tutto questo rafforza l’orgoglio di chi indossa la divisa.
È quindi compito delle aziende investire in una cultura interna forte, dove il dipendente non si percepisca come un numero ma come attore principale nel contesto della sicurezza partecipata. Sviluppando il senso di vocazione al servizio, riscoprendo la valenza sociale del lavoro e il senso di missione si potrebbero compensare le inevitabili criticità (notturni, festivi, rischio, responsabilità legali) e far crescere un sentimento di orgoglio.
In proposito, ritorno sulla formazione professionale vista non solo come addestramento tecnico, ma come percorso che contribuisca anche ad accrescere il livello di autostima e la consapevolezza del valore professionale. Le aziende del settore devono anche migliorare la capacità di comunicare all’esterno questo universo di valori, modernizzando linguaggio e immagine per attrarre soprattutto i giovani – attualmente non interessati al nostro mondo.

I lavoratori non sono interessati al settore anche perché le GPG non si sentono riconosciute dalla società: la qualifica di pubblico ufficiale potrebbe aiutare? O sarebbe meglio intervenire su altri aspetti, ad esempio ampliando alcune competenze in materia di sicurezza urbana?

Non credo che il riconoscimento della qualifica di Pubblico Ufficiale possa oggi contribuire al livello reputazionale delle Guardie Giurate: da un lato darebbe certamente impulso all’autorevolezza del ruolo e alla tutela legale, ma dall’altro lato potrebbe creare un’ibridazione ambigua. Attribuire a dipendenti di aziende private poteri tipici dello Stato potrebbe infatti creare frizioni operative con le Forze dell’Ordine o, peggio, caricare il lavoratore di oneri giuridici pesantissimi – senza adeguate garanzie contrattuali e retributive.

Potrebbe invece contribuire a restituire un’immagine della Guardia Giurata “protagonista della sicurezza” non solo in ambito privato, un ampliamento delle sue competenze finalizzate ad un coinvolgimento sempre più funzionale nel contesto della sicurezza partecipata, sia urbana (i “Protocolli Mille occhi” hanno fornito una linea di indirizzo) sia sussidiaria.

Ma occorre anche scardinare gli stereotipi. Il più comune è quello del “poliziotto mancato”, più che del professionista con un ruolo complementare e specifico rispetto alle forze dell’ordine.
Il secondo luogo comune è la percezione della guardia come una figura statica, associata alla sorveglianza passiva, lontanissima dai livelli di specializzazione tecnica (gestione allarmi, cybersecurity, scorte valori) e di prontezza operativa oggi richiesti.
C’è poi un tema “di corpo”: mentre Carabinieri o Polizia vantano un’identità visiva e valoriale unitaria, la vigilanza privata si presenta con un’eterogeneità di loghi e divise che rende difficile identificare una categoria professionale coesa e con standard uniformi. Eppure far superare questi pregiudizi porterebbe a smettere di parlare di vigilanza come mero controllo di beni per parlare finalmente di sicurezza complementare come pilastro della convivenza civile.
E’ un obiettivo che dobbiamo perseguire come comparto.

Parlando di obiettivi del comparto: Cosmopol è associata a UNIV. Dal suo punto di vista, quali sono oggi le priorità che l’associazionismo dovrebbe affrontare?

La priorità è oggi il rinnovo del CCNL. In un contesto caratterizzato da molteplici complessità, garantire il giusto equilibrio tra dignità dei lavoratori e stabilità finanziaria delle azienda è una vera impresa.
È poi urgente ridefinire le strategie commerciali, promuovere l’applicazione di tariffe che riflettano i costi reali dei servizi e sensibilizzare la Committenza, sia pubblica che privata, a privilegiare – nelle gare – la qualità professionale e tecnologica dell’offerta, affrancandosi dalla logica del minor prezzo. È essenziale passare dalla logica del “quanto costa” a quella del “quanto vale” il servizio. Si impone poi un’azione comune del comparto per rafforzare la cooperazione pubblico-privato, innalzare gli standard qualitativi e professionali promuovendo competenze specializzate anche in cybersicurezza ed integrando l’intelligenza artificiale nelle attività di sorveglianza.

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Fonte Vigilanza privata online

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